Visentin lascia il calcio giocato: "Felice di tutto il mio percorso"

Visentin chiude con la Pro Ghemme
Visentin chiude con la Pro Ghemme

Per un calciatore il momento del passaggio dalla vita attiva nel mondo del calcio alla decisione di smettere con una routine che per tanti anni l'ha accompagnato è spesso una scelta traumatica, dettata da condizioni al di fuori della propria volontà che quasi lo spingono ad intraprendere una strada che altrimenti probabilmente non avrebbe preso neanche in considerazione. Un momento quindi difficile, in cui bisogna trovare qualcosa a cui aggrapparsi per riempire un vuoto che irrimediabilmente tanti anni di calcio giocato lasciano dietro di sé. Per Fabio Visentin, che ha deciso proprio in questa stagione di fermare il proprio percorso sportivo, non è stato esattamente così perché questo passaggio l'ha vissuto solamente in parte: sicuramente l'ultimo infortunio patito nella scorsa stagione ha accelerato questo processo ma non è stato l'unico motore di una scelta che appare drastica, visto che l'attaccante ancora in questa stagione è stato cercato da diverse squadre che gli hanno proposto di vestire la propria maglia. Visentin racconta il suo percorso senza malinconia, soddisfatto per quello che ha fatto nel mondo del calcio e per quello che, chissà, in futuro magari potrà ancora fare rivestendo un altro ruolo. Il ruolo di una persona a cui piace restituire qualcosa di tutto il buono che ha raccolto in queste lunghe stagioni passate a correre dietro un pallone.

- Fabio, hai deciso di ufficializzare una decisione che era già nell'aria da qualche mese, quello di lasciare il calcio giocato per dedicarti ad altro nonostante ancora nelle scorse settimane diverse squadre avevano puntato sul tuo nome per rilanciarsi: com'è maturata questa scelta?

"Sicuramente non è stata una scelta semplice, nella mia testa c'era l'idea di giocare ancora per due o tre anni perché il fisico me l'avrebbe permesso; l'infortunio che ho patito a febbraio (la rottura del tendine d'Achille nella gara contro il Borgolavezzaro, n.d.r.) mi ha però condizionato in maniera definitiva perché ho recuperato in maniera completa a livello fisico ma non riesco più a rimettermi in gioco a livello mentale. L'ultima stagione è stata abbastanza travagliata dal punto di vista degli infortuni, ho subito tanti piccoli stop che hanno reso complicato il mio cammino ma che di per sé non mi avrebbero portato alla scelta di chiudere con il calcio; il mio nuovo lavoro però richiede un impegno che spesso sconfina anche nei weekend e non mi darebbe più la possibilità di avere quella continuità che sarebbe necessaria per portare avanti un discorso a tutto tondo con una squadra di calcio".

- E' un addio definitivo al calcio giocato quello di cui ci stai parlando, ma dobbiamo considerarlo un addio definitivo a questo mondo o in futuro ti vedi di nuovo in campo magari, con un altro ruolo?

"Il fatto di lasciare definitivamente il calcio non è sicuramente la mia intenzione: mi piacerebbe un domani allenare una squadra giovanile perchè anche nel mio lavoro io mi trovo spesso ad avere a che fare con i ragazzi ed è una cosa che mi piace e mi stimola molto. Il calcio è uno sport che mi porto dentro e che continuerà ad esserci nella mia vita, credo che sia difficile staccare definitivamente. Ad oggi non ho nessuna idea e nessun contatto in particolare però sicuramente mi piacerebbe continuare sotto qualche forma".

- Tu hai aperto e chiuso la tua carriera con la maglia della Pro Ghemme addosso, la squadra del tuo paese e quella in cui hai scelto di tornare a giocare a fine carriera: è plausibile pensare che, se da qualche parte si dovesse ripartire, sarebbe proprio da lì?

"E' molto probabile, in questo momento a Ghemme non esiste un vivaio o un settore giovanile che in passato c'è sempre stato; credo che questa sia una grossa pecca e se dovessi accettare una scommessa del genere sarebbe quasi sicuramente quella di provare a riportare il calcio giovanile a Ghemme per permettere ai ragazzi del paese di avere magari l'idea, con il passare degli anni, di arrivare a giocare in prima squadra. La Pro Ghemme nasce fondamentalmente con l'idea di far giocare i ragazzi di Ghemme e nel momento in cui non si riesce a creare un vivaio si rischia che questa idea, a lungo termine, possa morire. Sarebbe una sfida che mi darebbe grande soddisfazione, questo è poco ma sicuro".

- Ti porto un po' via dalla quotidianità per fare un salto nei ricordi, un passaggio che quando si chiude è quasi obbligatorio: hai giocato in parecchie squadre a tutti i livelli e chi fa un percorso del genere ha sempre dei posti in cui si sente maggiormente a casa. Quali sono quelli che Fabio Visentin ricorda con maggiore affetto?

"Negli ultimi anni della mia carriera ho riscoperto un calcio diverso da quello in cui ho iniziato a giocare segnando molto di più muovendomi forse meno, una condizione che non è mai stata la mia in passato; questo inizialmente mi è stato permesso arrivando nel Riviera d'Orta, una stagione che per me ha segnato un passaggio fondamentale anche perché venivo da stagioni in cui soddisfazioni ne avevo accumulate pochine, giocando magari in categorie superiori ma realizzando meno che, per un attaccante, è un handicap non da poco. Al Riviera d'Orta ho vissuto una seconda giovinezza, segnando tanto ma riscoprendo anche, grazie al lavoro dei miei compagni, delle qualità che erano un po' sopite. Se devo scegliere quindi quello è l'anno calcistico che ricordo con più piacere, senza nulla togliere all'esperienza del 2009-10 che ho vissuto a Suno in Eccellenza, una categoria forse al di fuori delle mie possibilità ma che mi ha permesso di fare delle esperienze che mai mi sarei sognato di fare venendo da un mondo diverso, quello del tennis, che mi ha fatto saltare tutto il percorso nelle categorie giovanili che un ragazzo deve fare per affinare le proprie doti. Ricordo con piacere anche l'annata alla Virtus Cusio con Livorno allenatore e quella a Fondotoce, dove ho incontrato Tonati".

- Ogni giocatore ha delle figure importanti nel suo percorso, degli allenatori che in qualche modo sono riusciti a tirare fuori le sue caratteristiche migliori: quali sono i tuoi?

"L'ho appena citato, Marco Livorno è stato sicuramente uno degli allenatori più carismatici che ho avuto; avevamo un rapporto molto sanguigno, molto vero, se c'era qualcosa da dirsi ce lo si diceva in faccia senza mezzi termini e questo mi ha aiutato molto a crescere. Quella squadra era un gruppo di qualità che, secondo me, non ha avuto le giuste soddisfazioni in campionato ma all'interno dello spogliatoio eravamo tutti molto affiatati e il mister faceva da collante a tutto questo. Poi non posso non citare mister Martelli al Riviera d'Orta: inizialmente non credeva molto in me, sia per me che per lui quella scelta è stata una scommessa vera, ma con il prosieguo della stagioni il nostro rapporto è stato stimolante per entrambi perché lui scopriva in me delle qualità che non pensava io potessi avere mentre dalla mia parte il passare del tempo faceva crescere la stima che riponevo in lui. Infine lasciami ricordare Pinuccio Fornara, che mi ha praticamente lanciato a Suno quando ero molto giovane: ancora adesso, quando ci rivediamo, mi ricorda una gara in particolare, quella con il Borgomanero, in cui feci delle giocate importanti e sapere che a distanza di tempo lui ricorda ancora questi episodi mi rende particolarmente orgoglioso".

- Allo stesso modo un attaccante, sia esso di movimento come lo sei stato all'inizio della tua carriera oppure un riferimento centrale come sei diventato nelle ultime stagioni, ha modo di giocare negli anni con diversi partner da lanciare o da cui raccogliere quei suggerimenti che ti permettano di buttare la palla in porta: qual è quello con cui, in generale, ti sei trovato meglio?

"Agli albori della mia carriera ho trovato un giocatore, Alberto Massara, che era una spalla ideale e che con me è riuscito sempre a trovare l'alchimia giusta; nei miei primi anni, con la Ghemmese in Terza categoria, siamo arrivati a sfiorare i 30 gol anche se era tutto un po' più facile. Nelle categorie più alte ho avuto modo di giocare con grandi attaccanti, addirittura tra questi posso annoverare un giocatore come Palumbo che ho incrociato a Suno da cui c'era solo da imparare e con cui ero onorato di poter giocare. Negli ultimi anni però, devo ripetermi, al Riviera d'Orta abbiamo costituito un tridente con Pier Mazzotta e Mirko De Nicolo che non ho remore a definire atomico: tutti insieme abbiamo messo a segno un tourbillon di gol, era un terzetto che lavorava l'uno per l'altro e quando uno dei tre segnava era come se l'avessero fatto anche gli altri due. In questo modo siamo arrivati a mettere a segno veramente tanti gol e mi fa un po' dispiacere pensare che loro vestono ancora quella maglia mentre io l'anno successivo ho lasciato la squadra: ecco, se devo pensare ad uno dei rammarichi della mia carriera è legato proprio a questo, a delle situazioni contingenti che non mi hanno permesso di continuare un percorso come avrei voluto; a posteriori forse non avrei scelto di tornare a Ghemme in quel momento, anche se l'idea di chiudere con la squadra del mio paese era ben chiara nella mia mente. Ultimo, ma solo in ordine di tempo, non posso non menzionare Roberto Carta che, oltre ad essere un mio carissimo amico, è un giocatore con il quale nelle ultime stagioni alla Pro Ghemme mi sono trovato a meraviglia. Purtroppo per infortuni suoi e miei non abbiamo avuto tante possibilità di giocare assieme ma quando l'abbiamo fatto, abbiamo veramente fatto faville".

- C'è una partita, in accezione positiva o negativa, che hai vissuto con uno spirito così particolare che ti porterebbe a volerla rigiocare?

"Ovviamente c'è, sia in termini negativi che in termini positivi. Dal punto di vista negativo non posso non voler rigiocare lo spareggio con l'Inter Farmaci Group quando indossavo la maglia del Riviera, la gara che abbiamo giocato a Gravellona Toce: è una gara che ricorderò sempre, di cui ho immagini nitidissime, perché perdevamo 3-0 in una giornata caldissima in cui abbiamo avuto tante difficoltà; abbiamo cominciato un lento recupero dopo essere partiti male, siamo andati prima sul 3-1 e poi sul 3-2 e ancora oggi ho il film di quella gara in testa quando, a pochi minuti dalla fine, ho avuto l'occasione clamorosa per ristabilire la parità e manco lo specchio della porta di pochi centimetri; ogni tanto mi riguardo quel video pensando che se quel gol fosse entrato sicuramente sarebbe stata un'emozione fantastica anche se poi, alla fine dei conti, non è cambiato nulla perché pur perdendo lo spareggio il Riviera d'Orta è salito ugualmente in Prima categoria. Era stato un campionato vissuto fino all'ultimo centimetro e anche nel testa a testa finale c'era il pubblico delle grandi occasioni, un contorno che rendeva quella gara epica. Il riscatto immediato l'ho avuto nella gara successiva, quella dei playoff contro la Varzese, in cui forse ho fatto il gol più bello della mia carriera di tacco: questo è forse il mio ricordo migliore perché mi ha dato proprio la possibilità di togliermi di dosso quel rammarico accumulato dal gol sbagliato con l'Inter Farmaci, inferno e paradiso nel giro di una settimana".

- In definitiva, quando ti guardi alle spalle ti senti soddisfatto del percorso che hai compiuto o ti capita di pensare che avresti potuto fare meglio e di più?

"In assoluto sono felicissimo anche perché tutto quello che ho fatto non avrei mai pensato di farlo. Io nasco tennista e se non avessi avuto i problemi alla spalla in cui sono incappato avrei probabilmente continuato con il tennis senza neanche intraprendere la carriera di calciatore: mi ritengo fortunato di averla cominciato e fiero di averla proseguita fin qui con costanza, senza mai avere pause, lottando con i miei limiti dettati proprio dalla mancanza di un grosso pezzo di gioventù passata sul campo che altri magari hanno nel loro bagaglio personale. Penso di aver dato tutto, sempre con massima passione e impegno e questo spero che possano confermarlo tutte le persone che hanno giocato con me e tutti gli allenatori che mi hanno allenato e con cui conservo un ottimo rapporto: spero di aver lasciato un buon ricordo".

- C'è una parentesi che ti riguarda in maniera particolare a livello calcistico, quella che ti ha visto protagonista con la Nazionale Artisti Tv e Stelle dello Sport: com'è nato questo impegno? Continuerai a tirare calci al pallone con loro?

"E' un impegno che ormai mi lega a questo gruppo di persone da 14 anni, tanto da essere diventato uno dei veterani di questa squadra. Ho cominciato appena terminata la mia esperienza televisiva nel 2004 con "Uomini e donne", mi è stato proposto di provare a fare una partita con loro e da allora non ho mai smesso: sono nate delle amicizie forti, fondamentalmente con i manager di questa Nazionale ma poi con tutto il gruppo, è diventato un modo per ritrovarsi facendo delle partite di calcio ma soprattutto per fare beneficenza. E' stato un filo conduttore che, parallelamente all'impegno nel calcio dilettantistico, mi ha permesso di non abbandonare mai questo sport che amo pur sapendo che gli impegni per tutti sono molti; sicuramente continuerò a giocare, già dopo l'infortunio ho fatto altre partite con loro l'ultima delle quali a Pinzolo qualche tempo fa. Da marzo partiremo con altre gare, giochiamo almeno 10-15 partite all'anno, anche se non è certo un calcio "competitivo" come quello giocato in una squadra ma più di esibizione, un ritrovo tra amici, che mi permette però di giocare l'Italia e il mondo e di mantenere gli ottimi rapporti nati in tutti questi anni".

Carmine Calabrese