L’amore non mi basta - se amarmi poi ti passa -

Novara FC

Non tanto perché è stata una partita senza merito, quella del derby contro la Pro Vercelli quanto per lo sbocciare dell’ennesimo cambiamento di giudizio -repentino e continuo - verso chi l’ha giocata. 

Come se in ogni partita ci fosse un nuovo calciomercato, nel trono del migliore in campo occupato sempre da calciatori diversi che la volta successiva si trovano marchiati sulla pelle un 4 in pagella. Un voto che giudica spesso l’errore, la scivolata, accantonando performance, cammino, collagene. Che giudica la verifica, senza tenere conto di ciò che stava intorno.

Un voto che viene letto, incassato e inserito nel palmares della sensibilità individuale di ogni singola maglia azzurra, tutti detentori ormai del solo cartellino giallo del “tutta colpa vostra” mentre si dribbla la sincerità di guardare l’insieme. Mentre si dimentica che sono figli delle conseguenze di tutto ciò che si è voluto fossero, di tutto il modo in cui si è voluto considerarli e trattarli. Piano - soprattutto se sono gli insegnanti che monitorano a proferire - con le parole, le sentenze e l’ottemperanza. Piano a non voler considerare la dimensione olistica di un continuo fallimento. A non puntare il dito se non, per primi, verso se stessi.

Un verdetto che cambia ad ogni partita, per ogni calcio tirato, per ogni fallo procurato, per ogni gol mancato. Colpevoli di non aver fatto, addirittura di non aver fatto vincere o di aver fatto perdere. Di essersi fatti male e di guarire troppo lentamente, la colpa di non essere dottori. Qualcuno diventato inspiegabilmente panchinaro, qualcuno sostituito per poi essere rititolato, qualcuno vendibile, qualcuno inutile, qualcuno fuori lista diventato rosa che sboccia. E la domenica successiva si ricomincia da capo: un melting pot dei meritevoli o degli scarsi, con un calpestio prepotente a discapito di disamine oggettive e tecniche della partita, trasportati dal vento che soffia su teloni copri posto, seggiolini vuoti, mancanze continue.

Perché tutto si basa su quel battito di ali, sul passaggio sbagliato dell’ultimo uomo che ha toccato palla o forse su un futuro che non conosciamo. Un gioco - quello al di fuori del campo - povero di armonia, consequenzialità o progetto, un gioco che boccia indiscutibilmente chiunque ci provi e promuove discutibilmente molti altri, rinnegando le qualità loro intrinseche o esaltando visioni oniriche e fittizie.

Fossi un calciatore, resistere all’altalena dei giudizi e dei demeriti mi avrebbe stancata più dell’acido lattico che il mister “del 4-3-3” fornisce ad ogni merenda pomeridiana, che distrugge anche l’ultimo insofferente muscolo rimasto. Che poi uno arriva anche a stufarsi, ci avete pensato? Un giorno sei re ed un giorno pedina, un giorno l’indispensabile, un giorno vendibile. Non ti è nemmeno permesso cadere. La mano per rialzarti spesso te la devi cercare.

I fili del circo vengono tirati in tutte le direzioni ma si pretende di averli ancora tutti in piedi, pronti a combattere nonostante il perenne e fastidioso crogiolo di confusione, giudizi ed impotenza. Con il dito di tutti puntato lì, in mezzo al campo. C’è sempre colpa per tutti ma soluzioni da nessuno. 

E poi la colpa è anche mia, quella che si offende quando mandano via i suoi calciatori preferiti.

D’altra parte mi è sempre piaciuto l’arrosto, non il fumo.

Alice Previtali

Informativa
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie. X