Che te lo dico a fá

Abbracci di squadra

Se non ti riesce comunicare, hai già perso in partenza. 

C'è un'opinione comune che necessita di essere smantellata: non è vero che il segreto del successo è la perseveranza, non é insistendo che si ottengono risultati. I risultati si ottengono semplicemente cambiando noi stessi proprio mentre si insiste. E come facciamo a cambiare? Con le parole giuste.

Il potere delle parole è un fenomeno concreto che modella la nostra biologia, le nostre relazioni e la percezione della realtà. Le parole influenzano il sistema endocrino immunitario, i pensieri che hai in testa, la chimica che hai in corpo, i tuoi comportamenti, la tua percezione; quando cambiamo il modo di chiamare qualcosa, cambia anche il modo in cui ci rapportiamo ad essa. La neuroscienza descrive la comunicazione non come un semplice scambio di informazioni ma come un complesso processo biologico che coinvolge specifiche aree del cervello e meccanismi inconsci. Nel calcio ad esempio, una comunicazione sbagliata all'interno del campo, nello spazio societario ma soprattutto in quello giornalistico e popolare, innesca vere e proprie reazioni biochimiche.

In questo senso, mister Dossena è un allenatore che ha il merito di parlare pubblicamente in modo sano. Nelle conferenze sulle partite del Novara, pensa alle parole da dire ed eleva la conversazione quando rischia di essere dirottata al puro scopo di trovare singoli colpevoli, di usare vittime sacrificali contro cui inveire. Una comunicazione aggressiva e giudicante, infatti, attiva il sistema nervoso simpatico portando a picchi di cortisolo (ormone dello stress) e inibizione motoria. L'eccesso dell'ormone dello stress può interferire con i centri del movimento portando ad errori tecnici banali: invece di agire in uno stato di concentrazione fluida, l'atleta entra in un ciclo di ansia e rabbia che consuma energia psichica preziosa. E quindi? Quindi dobbiamo evitare l'insorgere dei "bias di conferma" ovvero di quel meccanismo di distorsione cognitiva che porta a ricordare le informazioni in modo da confermare le proprie convinzioni preesistenti, ignorando le evidenze contrarie. Si intasa il cervello del giocatore portandolo a polarizzare le opinioni che gli altri hanno di loro stessi.

Quindi l'asticella promessa non si è alzata per colpa di semplici parole? Confondere il potenziale (o anche solo un exploit momentaneo) con un talento ed esserne convinti esprimendolo ad alta voce - e confermandolo a livello economico - porta oltre al grave errore di giudizio, a plasmare la realtà: il cervello - di default - non la distingue dall'immaginazione. È lo stesso motivo che ci ha fatto capitolare alle qualificazioni dei mondiali, considerati indispensabili coloro che hanno dimostrato il contrario del concetto che hanno deciso di incollare alla loro maglia. E vale anche il contrario: valutare meno chi vale davvero fa spegnere il carburante mentale all'interessato, portando a cali fisici, demotivazione e frustrazione con un aumento di errori banali e stucchevoli. E sì, anche di infortuni. E questa é scienza.

E allora cosa abbiamo capito da questa stagione? Che parlare è un diritto non un dovere, che qualsiasi cosa tu debba dire la puoi sempre dire in un altro modo, che non è obbligatorio ascoltare tutti, che non è obbligatorio rispondere a tutti sopratutto se le domande sono viziate e che le buone intenzioni da sole non bastano, devi sempre collegare il cuore con il cervello.

Che cosa ho capito io da questa stagione? Che la libertà è anche essere capaci a parlare con tutti per poi scegliere con chi farlo davvero, che accettare il dissenso non significa sopportare i seccatori e che non puoi piacere a tutti se non sei un bonifico bancario o la Nutella. E che comunque non tutti hanno buon gusto. Che te lo dico a fà.

Grazie alla neuroscienza e a Paolo Borzachiello per i continui insegnamenti.

Alice Previtali

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