Il bomber del mese va a Minniti: "Giovani, ascoltate per crescere"

Minniti con il premio vinto ad ottobre
Minniti con il premio vinto ad ottobre

Vedere un giocatore come Nicola Minniti, titolare di una carriera di tutto rispetto che ha annoverato innumerevoli stagioni del gotha del calcio e che ha conosciuto anche il professionismo, scegliere di chiudere il proprio percorso nel calcio a due passi da casa per avere la possibilità di continuare a divertirsi con un pallone tra i piedi fa capire quanto questo giochi appassioni al di là di ogni altro discorso e come mettere addosso una maglietta, sia di Serie C che di Terza categoria, resti un traguardo che mantiene inalterato il proprio sapore.

Il riferimento offensivo del Carpignano, vincitore del "Bomber del Mese La Mia Hosteria" di ottobre, racconta senza tralasciare niente la sua parabola nel calcio partita da Novara per terminare, chissà quando, proprio a Carpignano. Non prima però di aver provato a riportare i sesiani in categoria più consone ad una società che, proprio quest'anno, ha tagliato lo straordinario traguardo dei 100 anni di esistenza.

- Nicola, vincere un premio legato ai gol per un attaccante che ha già raggiunto la piena maturità è forse la degna chiusura di un cerchio attraversato dalle tante reti realizzate in carriera. Vivi questo momento di Carpignano come un punto d'arrivo o senti di avere ancora tanto da dare come calciatore?

"In verità mi diverto ancora molto a scendere in campo e credo che fin quando continuerò a divertirmi i gol arriveranno sempre, perché in carriera ne ho sempre fatti. Il giorno in cui non sentirò più questo piacere di andare al campo, di vivere lo spogliatoio, in sostanza di divertirmi con un pallone tra i piedi, quello sarà il momento di smettere".

- In estate ha sorpreso molto la tua scelta di scendere così tanto di categoria (Minniti arrivava da una stagione in Promozione con la casa del Briga, n.d.r.) per accettare l'offerta del Carpignano che cercava di allestire una squadra in per provare a tornare subito in Seconda categoria. Com'è nata questa decisione?

"Negli ultimi quattro anni di Promozione, tre ad Oleggio ed uno a Briga, ho fatto sempre bene mettendo a segno oltre 60 gol. Nell'ultima stagione però mi erano venuti a mancare un po' gli stimoli e avevo quasi deciso di smettere, anche perché convivo con problemi lavorativi che non mi permettono di fare tutti gli allenamenti che una squadra di Promozione richiederebbe. Quest'estate ho ricevuto parecchie offerte anche da squadre di Promozione in Lombardia ma erano destinazione troppo lontane che ho rifiutato, convinto che sarei rimasto a casa: poi un giorno mi ha chiamato il vice presidente del Carpignano Gianluca Rol per propormi Carpignano e siccome siamo amici da una vita ho accettato di dare loro una mano ben sapendo che avrei potuto vivere più serenamente quest'avventura perché giocare in Terza categoria è diverso che giocare in Promozione".

- Il Carpignano di questa stagione è sicuramente una società molto ambiziosa che si era prefissata ad inizio anno di provare a vincere il campionato. Avete però trovato sulla vostra strada società altrettanto ambiziose come ad esempio il Pastorfrigor Frassineto che vi sta rendendo complicato raggiungere l'obiettivo a cui puntavate quest'estate.

"Il campionato è ancora molto lungo e sono convinto che anche la Pastorfrigor, che fin qui non ha perso colpi, prima o poi qualche punto lo perderà perché fino ad oggi nella sua cavalcata c'è anche una buona componente di fortuna, con diverse gare vinte in pieno recupero. Io di campionati ne ho vinti, so cosa vuol dire incappare in un periodo in cui niente gira per il meglio e nell'arco di una stagione qualche passaggio a vuoto prima o poi capita. Noi dobbiamo essere bravi in questo momento a stargli dietro, perdere meno terreno possibile e cercare di fare il massimo: a fine campionato si tireranno le somme ma questo Carpignano può giocarsi la Seconda categoria fino all'ultima giornata".

- Hai avuto un carriera importante che, oltre ad aver toccato il professionismo, ti ha portato a giocare in tante piazze importanti di Serie D ed Eccellenza: qual è la squadra, il posto, che più ti è rimasto nel cuore in questa parabola così lunga ed importante?

"Non è una domanda semplice perché ho visto tanti posti e in parecchi di questi mi sono trovato bene, oltre ad aver vinto tanto. Alla Pro Settimo ho vinto e sono stato bene, ad Asti altrettanto così come a Borgosesia, anni che occupano un posto particolare nei miei ricordi; non è solo per essere riuscito a vincere però, in tutte queste società si poteva lavorare bene, con tranquillità e la pressione, pur se c'era, non rendeva l'ambiente invivibile. Ho bellissimi ricordi anche di Acqui pur non avendo vinto, ad esempio, ma se dovessi scegliere un posto solo non saprei quale nome fare".

- Sei un attaccante che ha sempre fatto tanti gol, che ha sempre segnato molto fin dalla più tenera età: a può parere personale ci si nasce grandi bomber o sono caratteristiche che si possono allenare?

"Ho sempre avuto allenatori preparati, che mi hanno insegnato tanto, ma certe cose non te le può insegnare nessuno. L'attaccante ha dalla sua l'istinto che fa molto però a livello tattico è importante incontrare sul proprio cammino persone che ti possono dare qualcosa, che sanno insegnarti come muoverti".

- Un bomber, oltre a se stesso, deve spesso dire grazie alla persona che gli gioca accanto e con la quale, una volta instaurato un feeling importante, si crea una "magia" che rende più facile trovare la via della rete. Quali sono i partner d'attacco con cui ti sei trovato meglio nel corso della tua carriera?

"Anche qui i nomi si sprecano perché ho giocato con tanti attaccanti importanti, alcuni dei quali mi hanno insegnato molto. A Novara, agli inizi della mia carriera, sulla mia strada ho incontrato giocatori come Rubino e Palombo che bastava guardare allenarsi per capire molto di quello che deve fare una punta; a Cuneo ho giocato con il figlio di Facchetti, Luca, mentre alla Biellese ho avuto come partner d'attacco Travaini con il quale formavamo una coppia molto ben assortita, lui più fisico e io più tecnico. Poi Massimo, che con ho giocato sia alla Pro Settimo che a Borgosesia... Tutti ragazzi con cui sono ancora in contatto perché si è creato un rapporto che andava anche oltre il calcio; è vero che ho fatto tanti gol ma io non ho mai vissuto solo per segnare in prima persona, ne ho fatti fare diversi anche a chi giocava accanto a me".

- L'hai anticipato prima, tu sei cresciuto in un settore giovanile importante come quello del Novara: quanto conta, per un giovane, crescere in un ambiente in cui si respira calcio dalla mattina alla sera, allenarsi con giocatori ai quali rubare qualcosa ogni giorno?

"Ovviamente conta tantissimo crescere in un ambiente che ti fornisce tutto ciò che serve per pensare al calcio in maniera professionale. Io a 16 anni mi allenavo già con la prima squadra e ho cominciato subito a vedere e respirare il calcio vero, ho avuto modo di capire dagli atteggiamenti dei miei compagni come ci si comportava se si vuole fare il calciatore di mestiere; una volta però era diverso, il giovane aveva più umiltà e si rapportava con chi aveva qualche anno in più con molto più rispetto. Ora si pensa di essere arrivati già dopo due allenamenti con la prima squadra, ne ho visti a bizzeffe di questi atteggiamenti nelle ultime stagioni ed è anche per questo che mi era un po' passata la voglia. La presunzione non paga mai: ricordo di aver esordito in Serie C a Novara a 17 anni, quell'anno allenatore era Civeriati poi sostituito da Di Chiara; ero molto considerato all'interno dello spogliatoio ma proprio per questo mio atteggiamento costruttivo".

- Sei arrivato ad un punto in cui, anche a livello anagrafico, si iniziano a tirare i primi bilanci. Se ripercorri ora le tappe della tua carriera, ti senti soddisfatto di quello che sei riuscito a fare nel calcio o magari, guardandoti alle spalle, ti rimane qualche rimpianto?

"A dire la verità a Novara sono stato un po' sfortunato. Dopo aver esordito a 17 anni in Serie C, la Serie C di una volta, avevo ricevuto richieste anche da società importante ma il Novara ha scelto di non lasciarmi andare, e con il senno di poi credo che mi abbia un po' tarpato le ali perché magari la mia carriera sarebbe potuta cambiare. A Cuneo in Serie D invece è stata un po' colpa mia, non mi sono giocato benissimo le mie chance anche per qualche mio atteggiamento sbagliato: feci solamente tre gol e forse, se in quel momento avessi avuto un'altra testa, avrei potuto fare ancora qualcosa di più. Vincemmo il campionato in quella stagione ma poi in Serie C, nei sei mesi successivi, non trovai il mio spazio e ho cominciato a girovagare tra Serie D ed Eccellenza. Ecco, Cuneo rimane probabilmente l'unico rammarico della mia carriera".

- Se tu incontrassi oggi il Minniti di allora, che suggerimento ti sentiresti di dargli?

"Quando trovo un ragazzo che ha delle potenzialità vedere che non le mette a frutto nel modo giusto è quasi un dispiacere e mi è capitato tante volte in queste categorie. Non si tratta di dare dei consigli, bisogna prima vedere se i ragazzi vogliono dei consigli da chi ci è passato prima di loro: io cerco di essere sempre disponibile con i giovani con cui mi capita di avere a che fare sul campo ma non è facile perché i ragazzi difficilmente ti ascoltano, anzi pensano di essere già bravi e questo li porta a non crescere mai".

Carmine Calabrese

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