Filippo Inglese: il calcio dei giovani non è l'ego degli allenatori

Ci sono addii che non fanno rumore ma lasciano un vuoto enorme. Filippo Inglese ha deciso di farsi da parte, e lo ha fatto con una lettera che è insieme un congedo e una riflessione amara sul calcio giovanile di oggi. Settant'anni, cinquanta dei quali dedicati al pallone, una vita spesa soprattutto per i ragazzi. Un uomo che ha insegnato prima a stare al mondo e poi a calciare.
Beneventano di nascita, passato calcistico nel Benevento prima di iniziare un percorso da emigrante sportivo che lo ha portato fino a Piedimonte Matese. Lì ha chiuso la carriera da calciatore ma ha aperto quella più importante, mettendo radici familiari grazie all'incontro con la compagna di una vita. Ed è proprio a Piedimonte che comincia il suo cammino nel calcio giovanile, fino a diventare il riferimento di un'intera società. Sotto la sua guida il movimento del circondario è cresciuto con risultati lusinghieri e con la formazione di individualità importanti, che hanno contribuito non poco all'accesso del contesto in campionati interregionali.
Poi il clima è cambiato. Attorno al calcio, e soprattutto attorno ai giovani, si è fatto strada qualcosa che Inglese non riconosce più come suo. Le ragioni le ha messe nero su bianco in un messaggio che ha pubblicato e inviato ad amici e conoscenti.
Riportiamo di seguito il testo del suo messaggio, che rispecchia il punto di vista dell'autore, con la nostra vicinanza all'uomo Filippo Inglese per un percorso portato avanti con stile, classe e misura nel calcio e nella vita.
"CI SONO STORIE CHE NON POSSONO ESSERE CANCELLATE CON IL SILENZIO. Ho 70 anni. Sono stato insegnante di scienze motorie, e per cinquant'anni il calcio ha fatto parte della mia vita. Ho visto crescere generazioni di bambini. Ho visto ragazzini diventare uomini. Ho visto famiglie affidarmi i propri figli, fidarsi di me e della mia scuola calcio. Ho insegnato calcio, certo, ma soprattutto ho cercato di insegnare cose che oggi sembrano essere dimenticate: rispetto, educazione, sacrificio, umiltà.
Negli ultimi quattro anni ho assistito a un cambiamento che, personalmente, non posso più fare finta di non vedere. Figure che per anni hanno dato competenza, esperienza e continuità al calcio giovanile sono state progressivamente messe da parte, per far spazio a persone che, a mio giudizio, non hanno nessuna esperienza e conoscenza del calcio giovanile. Quando una famiglia porta il proprio figlio in una scuola calcio, sta affidando a qualcuno una parte importante della crescita del proprio figlio. E quel qualcuno dovrebbe avere una cosa importantissima: COMPETENZA. Ho cercato in tutti i modi di far capire ai tecnici di abbinare nella formazione dei ragazzi sia la parte tecnica adatta alla loro età, sia la formazione morale e sportiva che farà da bagaglio per il prosieguo della loro vita. Non ci sono riuscito e mi sono stancato. Il calcio giovanile non dovrebbe essere utilizzato per soddisfare l'ego degli allenatori. E invece è proprio questo che, negli ultimi anni abbiamo visto sempre più spesso in Italia e purtroppo anche nel nostro territorio. Allenatori preoccupati più del risultato della domenica che della crescita del bambino. Persone interessate a vincere le partite per sentirsi grandi loro, piuttosto che a costruire degli uomini. Insegnate schemi, tattiche, numeri ma non insegnate a controllare un pallone.
Oggi sempre più ragazzi abbandonano lo sport in età giovanissima. Chiediamoci il perché. Vi siete mai chiesti cosa dovrebbe saper fare vostro figlio dopo tre anni di scuola calcio? Perché se dopo tre anni un ragazzo non ha acquisito le basi tecniche, forse abbiamo un problema. Ai nuovi genitori, le nuove famiglie e nuove generazioni che verranno dico: guardate, osservate. Non fermatevi al risultato della domenica. Non fatevi abbagliare da una classifica. Non pensate che un allenatore sia bravo soltanto perché la sua squadra vince. Guardate cosa stanno imparando realmente i vostri figli.
So perfettamente che una partita giovanile può essere vinta 6-0 e, allo stesso tempo, essere stata una sconfitta enorme per la crescita dei ragazzi. E so anche il contrario. Un bambino può perdere una partita e uscirne molto più forte, perché ha imparato qualcosa. Questo è il calcio che ho sempre conosciuto. Questo è il calcio che ho sempre cercato di insegnare. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di far crescere ragazzi che rimangano nello sport il più a lungo possibile, non di costruire squadre che vincano oggi e perdano i ragazzi domani. Davvero questo è il modo in cui si vuole fare il bene del calcio?
Ad ogni modo, ringrazio tutti i genitori che dal lontano 1987 hanno ritenuto opportuno affidare i propri figli al sottoscritto e al suo staff. Vi saluto affettuosamente e buona fortuna ai nuovi ragazzi che fanno parte delle realtà calcistiche attuali."
Filippo Inglese
Parole che invitano a riflettere. E che il calcio di base, in ogni luogo e a ogni livello, farebbe bene a leggere fino in fondo. Grazie, professore.
